In Valsavarenche, dove tutto ebbe inizio.
Ventiquattro anni fa, seduta su una sedia a dondolo, Emilia stava leggendo L’Informatore Agricolo. Tra le righe di un articolo, una frase catturò la sua attenzione: cercavano persone disposte a partecipare a una sperimentazione sul genepì.
Lei, che si era appena licenziata da un lavoro in uno studio tecnico – tacchi, tailleur e unghie curate – si disse «Va beh, proviamo a telefonare».
Non aveva un’azienda, solo qualche campo ereditato e dato in uso ad altri. Eppure quella telefonata cambiò tutto.
Venne scelta. Un tecnico dell’Assessorato all’Agricoltura fece il sopralluogo e suo padre la aiutò a recintare il terreno per dare avvio alla sua prima sperimentazione: capire come si sarebbe comportata una pianta di genepì sotto i 1500 metri.
Una sfida, perché il genepì, pianta selvatica delle morene, cresce di solito oltre i 2500 metri, dove il vento tiene lontani funghi e insetti, dove lo sbalzo termico concentra i suoi oli essenziali.
A quella quota più bassa, la pianta è fuori dal suo habitat. Solo poche varietà resistono: tra queste, l’Artemisia mutellina, detta anche umbelliformis.
L’anno seguente decide di trapiantare diecimila piantine. «Da pazza», dice. E lo dice con la tenerezza di chi sa di essere partita con entusiasmo e incoscienza, da autodidatta, senza sapere come vendere, a chi o dove.
Nel frattempo era nata la sua prima bimba. I primi anni sono stati duri: vendeva all’ingrosso un genepì particolare, privo di tujone – una varietà svizzera più delicata, meno classica nel sapore.
Poi il padre viene a mancare e con lui si spegne per un po’ anche la forza di continuare. I campi tornano prati.
Ma nel 2004, Emilia decide di riprovarci.
Abbandona il lavoro in Comune e diventa a tutti gli effetti un’agricoltrice. Inizia a confezionare il genepì in sacchetti dosati, per permettere a chiunque di farsi il liquore in casa.
Il primo cliente arriva da lontano, dall’Abruzzo: un uomo che un tempo raccoglieva genepì sul Gran Sasso e che, non potendo più farlo per gli acciacchi dell’età, trova in Emilia il modo di continuare quella tradizione, a distanza.
Per quindici anni ha venduto solo sacchetti. Poi, nel 2018, la storia si è allargata: Ambra, ormai grande, decide di affiancarla.
Insieme hanno iniziato a produrre il liquore finito – il classico, il bianco, poi l’Arquebuse, il Kummel.
Il genepì bianco, racconta Emilia, è trasparente perché le erbe non toccano mai l’alcol: i vapori passano e si arricchiscono dei loro oli essenziali. È un lavoro lungo, due mesi di pazienza, ma il risultato è puro, pulito, elegante.
Poi sono arrivati i biscotti, le meringhe, le tisane monodose.
Fare rete, collaborare con pasticceri e cioccolatieri, è diventato un modo per far vivere il suo mondo oltre la bottiglia.

Il suo legame con le erbe nasce da lontano. Da bambina osservava la nonna raccogliere e mettere da parte piante “che potevano sempre servire”.
A sei anni, dal Giardino Paradisia portò a casa le sue prime piantine di genepì. Le mise a dimora suo padre, quasi un segno di ciò che sarebbe venuto dopo.
Oggi Emilia coltiva con pazienza e testardaggine la stessa varietà che diede avvio al progetto, l’Artemisia umbelliformis, nel cuore del Parco Nazionale del Gran Paradiso, dove tutto è protetto e rispettato.
Racconta con orgoglio la scoperta dell’achillea, una pianta comunissima eppure quasi snobbata, che ha riscoperto grazie ad amici e viaggiatori tedeschi ospitati nel tempo. «Serve per tutto», dice ridendo: ansia, stomaco, dolori, menopausa, ferite.
Ha iniziato a proporla, a raccontarla. E la gente, piano piano, ha cominciato ad apprezzarla.
«Sono passati vent’anni, e ancora oggi non mi pesa. Lo faccio per passione, perché mi piace.» Il diserbo? Solo manuale. «Sono una purista», sorride.
Emilia non ama parlare di successo.
Ma quando qualcuno, al mercato o online, la riconosce come “Emi, quella del genepì”, le si illumina lo sguardo.
Non sarà mai ricca, dice, ma ha trovato la sua dimensione: quella di chi, coltivando la terra e ascoltandola, ha saputo trasformare un colpo di fortuna in una scelta di vita, quella di chi, seguendo un’intuizione nata quasi per gioco, ha saputo trasformarla in un cammino paziente, fatto di terra, di mani e di erbe che profumano di montagna.
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